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Se la lingua muore,
se s'impesta, se perde le parole e prende il lutto, se nelle case cieche e nel cuore dei vecchi s'imprigiona, allora il paese è finito, è senza storia Ignazio Buttitta poeta siciliano Bagheria 1899-1997
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Articoli
L'articolo determinativo ha tre forme al o 'l per aferesi al maschile anche davanti a parole che iniziano per vocale (es.: 'l ca il cane, 'l àzen l'asino), la per il femminile (es.: la ca la casa, l'aa l'ape) e i per il plurale, sia maschile che femminile (es.: i ca i cani o le case, i ae le api).
La forma maschile al si utilizza quando la parola precedente termina con consonante (sóta la sèner al föch al bràza sotto la cenere il fuoco la legna bruciata diventa brace) o in tutti i casi in cui faciliti la pronuncia della frase In ogni caso la "A" è pronunciata in maniera appena percettibile. L'articolo perde l'iniziale e diventa "'l" quando la parola che segue inizia con vocale, a meno che la vocale risulti come iniziale solo per la caduta della "V" che si verifica in molte parole (es.: l'aa l'ape, la aca la mucca). L'articolo indeterminativo ha la forma maschile an o 'n (es.: 'n afàre unaffare, 'n ca un cane) e la forma femminile 'na (es.: 'na aca una mucca, 'n'aa un'ape), alcuni autori citano anche una forma plurale d'i con il significato di alcuni (es.: ó ést d'i ca ho visto alcuni cani, o alcune case) che corrisponde alla preposizione semplice da più l'articolo plurale i. Questa forma, uguale per il maschile e il femminile, è presa dalla lingua francese e viene usata un po' in tutta la Lombardia. Per la differenza tra le due forme maschili e per l'elisione della forma femminile si veda quanto detto sopra per la forma determinativa.
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Aggettivi
Gli aggettivi, nella forma femminile normalmente prendono una "A" finale (es.: bèl bello bèla) quando l'aggettivo nella sua forma maschile termina con consonante o "NA" se termina con vocale (es.: bu buono buna).
Gli aggettivi che terminano con una "F" sostitutiva di una "V" esistente in italiano perdono la consonante al femminile, mentre se la "F" è anche nel corrispondente termine italiano rimane anche al femminile (es.: catìf cattivo catìa, nöf nuovo nöa, mentre zgiónf gonfio zgiónfa). Gli aggettivi che terminano in "BE" "FE" e "PE" al femminile cambiano la "E" in "IA" (es.: tróbe torbido tróbia, gónfe gonfio gónfia, sempe singolo sempia). Altre finali solitamente cambiano in :
Abbiamo cercato di inserire nel testo i femminili quando sono diversi dalle regole qui elencate.
A volte un aggettivo è contrapposto ad un altro; il tutto non ha un significato specifico ma serve ad evidenziare e rafforzare il secondo aggettivo usato. puarèt ma gnöch [povero ma] ostinato puarèt ma spurcaciù [povero ma] sporco L'aggettivo tat tanto si usa spesso come rafforzativo di un altro aggettivo o avverbio tròp tat troppo [tanto] tat asé [tanto] abbastanza Il comparativo di maggioranza si costruisce con püsé ... da ... , püsé ... che ... , püsé ... che gna ... (più di ..., più che ... , più che neanche ...) 'l püsé picèn da töc il minore, il più piccolo di tutti püsé tat che [gna] lü più di lui (più tanto che [neanche] lui) mèi meglio, che è già un comparativo, si trova anche nell'espressione püsé mèi più meglio Il comparativo di minoranza si costruisce con meno ... da ... , meno ... che ... , ..meno . che gna ... (meno di ..., meno che ... , meno che neanche ...) 'l meno grant da töc il minore, il meno grande di tutti meno che [gna] lü meno di lui (meno che [neanche] lui) Il comparativo di uguaglianza si costruisce con cumè, cumpàgn da, tüzo spesso preceduti da tat al ga n'à tat cumè lü ne ha tanti come lui 'l è vèc cumpàgn da mé è vecchio come me 'l è grant tüzo lü è grande tanto quanto lui Nelle frasi negative si usa di solito isé ... cumè 'l è mìa isé bèl cumè 'l mé non è così bello come il mio, è meno bello del mio Il superlativo relativo si costruisce con 'l püsé ... 'l püsé bèl da töc il più bello di tutti 'l püsé car 'ntrè töc il più caro tra tutti Il superlativo assoluto si costruisce con le espressioni 'n grant [tat], usando dopo l'aggettivo fés o con espressioni varie che indicano il massimo per quell'aggettivo È bellissimo si può tradurre con : 'l è bèl bé è bello bene 'l è bèl fés è bello assai 'l è 'n grant bèl è un gran bello 'l è bèl 'n grant tat è bello un gran tanto 'l è 'l püsé bèl da chèi bèi è il più bello di quelli belli 'l è bèl ca 'l è l'è la fi da 'l mónt è bello che è la fine del mondo A volte si ripete l'aggettivo con aggiunto il suffisso "ÈNT" mat matènt completamente pazzo (matto mattento) nöf nuènt nuovissimo (nuovo nuovento) l'è piàta piatènta completamente piatta (è piatta piattenta) oppure si aggiunge un avverbio picèn afàc piccolissimo (piccolo affatto) o un altro aggettivo cioch 'ntranàt ubriaco fradicio (ubriaco che è stato in un'osteria) cólt pelét molto caldo [da togliere la pelle] més mazerét bagnato fradicio (fradicio macerato) stöf pecét molto stufo (i due aggettivi hanno lo stesso significato) stöf mars molto stufo (stufo marcio) strach masàt stanchissimo (stanco ucciso) si fa un esempio (anche se molti di questi esempi sono incomprensibili es.: arrabbiato come una tegola, ignorante come un cesto etc.) amàr 'mè 'l tòsech/la fél amarissimo [amaro come il veleno/il fiele] biót 'mè San Quintì senza più niente, completamente senza soldi (nudo come san Quintino) 'nvèrs 'mè 'n cóp arrabbiatissimo [come una tegola] gnurànt 'mè 'na böba/'n gabe molto ignorante [come un'upupa/un cesto o crinolina] o infine si usa una frase esplicativa grant che 'l finés pö vastissimo, immenso [grande che non finisce più] 'l spösa che 'l ternèga è puzzolentissimo (puzza tanto da togliere il fiato) 'l è dét che 'l néga è impegnatissimo (è dentro che annega) 'l è d'una magrèsa ca 'l fa spaènt/pura è magrissimo (è di una magrezza che lui fa spavento/paura) Aggettivi possessivi
Spesso questi aggettivi vengono rafforzati dall'uso congiunto del pronome alla terza persona, sia singolare che plurale (es.: 'l è sò da lüè suo [di lui], la sò ca da léla sua casa [di lei], 'l sò ca da luril loro cane [di loro]).
Aggettivi dimostrativi
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Pronomi
(es.: mé 'l ciame io lo chiamo mé i ciame io li chiamo mé ciame lü io chiamo lui lü 'l ma ciama lui mi chiama 'l ciama mé lui chiama me mé ga 'l déze io glielo dico i ma dés loro mi/ci dicono lur i ga dés loro dicono a lui/loro).
Il pronome è spesso duplicato té ta làet i pagn tu lavi i panni lü 'l sa làa lui si lava tè ta càntet tu canti lü 'l dés lui dice lé la dés lei dice lur i dés loro dicono Voi si traduce (v)u quando ci si rivolge ad una persona verso cui si porta rispetto (ai tempi anche al padre e alla madre) e óter per indicare la seconda persona plurale La forma impersonale è sa usata con la terza persona singolare (es.: sa dés si dice) o i con la terza persona plurale (es.: i dés loro dicono). La forma riflessiva è sa (es.: mé ma sa nète io mi pulisco, té ta sa nètet tu ti pulisci). I verbi indicanti eventi atmosferici alla terza persona singolare usano come soggetto il pronome 'l, (es.: 'l piöf piove, 'l trùna tuona, 'l fiòca nevica) probabilmente preso dal francese ( IL PLEUT piove etc.). Pronomi dimostrativi
Pronomi indefiniti
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Verbi
In dialetto non esistono alcune forme verbali quali il passato remoto che è sostituito dal passato prossimo (costruzione che normalmente manteniamo anche quando parliamo italiano), non esistono il gerundio ed il participio presente, forme sostituite da una frase (es.: 'n da 'l di dicendo (in dal dire) 'l è adré a di sta dicendo (è dietro a dire) che 'l dòrma dormiente (che dorme)).
Di solito i verbi che hanno una "U/Ü" trasformano la vocale in "O/Ö" alla terza persona singolare, quelli con la "I" la trasformano in "É". bufà soffiare, respirare, ansimare, sbuffare ana se 'l bófa guarda come ansima sütà continuare a 'l söta continua circà cercare cérca da faga capì cerca di convincerlo, di fargli capire, di farlo ragionare Coniugazioni verbali Il pronome è di solito duplicato nella coniugazione verbale té ta làet i pagn tu lavi i panni lü 'l sa làa lui si lava tè ta càntet tu canti etc. La terza persona ha il maschile e il femminile, la forma verbale non cambia ma il pronome è lü 'l per il maschile e lé la per il femminile al singolare e lur i maschile e femminile per il plurale. I verbi avere ed essere hanno coniugazioni irregolari, ma nel dialetto solo il verbo avere è un verbo ausiliare (gh'à egnìt mal gli è preso un malore). Alcune coniugazioni sono state registrate in due forme, non siamo in grado di appurare qual è la forma Casiratese, nel dubbio le abbiamo registrate entrambe.
(*) in alcuni casi la T è quasi impercettibile (es.: ta gh'é[t] òia hai voglia)
üt avuto
Usato come verbo ausiliare perde la particella pronominale ga (che diventa gh' davanti a vocali)
(v)ès essere
stac stato
(*) seès è voce più antica, attualmente quasi in disuso – abbiamo sentito che mé sabe etc., ma questa è voce del verbo sapere, non del verbo essere
I tempi composti si formano aggiungendo il participio passato stac ai tempi semplici (es.: mé só io sono mé só stac io sono stato In alcuni casi, per esempio quando la forma verbale semplice termina con consonante, si aggiunge una a (pronunciata molto velocemente) prima di stac per rendere più agevole la pronuncia che risulterebbe difficoltosa per la presenza di due consonanti in successione vès a stac essere stato). I verbi regolari hanno tre diversi tipi di coniugazione, dividendosi in quelli che finiscono in "À", quelli che finiscono in consonante e quelli che finiscono in "Ì". laurà lavorare Verbo che termina con "À"
lauràt lavorato
pert perdere Verbo che termina con consonante
perdìt perduto
finì finire Verbo che termina con "Í"
finìt finito
Naturalmente ci sono moltissimi verbi irregolari e verbi che variano una vocale o una consonante nelle loro varie coniugazioni.
I verbi riflessivi aggiungono una 's' (es.: laà - laàs) all'infinito e la forma riflessiva sa (es.: mé ma sa làe io mi [si] lavo, té ta sa làet tu ti [si] lavi etc.) per gli altri tempi
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Preposizioni
<a a
con con - co' (1) di, da da (2) in an - 'n - 'n dé (3) per pèr su sö (4) tra, fra tra - 'ntra Le preposizioni articolate aggiungono semplicemente l'articolo (es.: da la sò banda dalla sua parte) con l'elisione della vocale per da per il plurale, in quanto seguita da vocale (es.: d'i mé bande dalle mie parti). (1) anche cónt se la parola che segue inizia con vocale (es.: cónt an ca con un cane) (2) attualmente si usa anche dé ma non è corretto (3) an si utilizza quando la parola precedente termina con consonante (es.: dét an ca [dentro] in casa) La preposizione articolata mette da fra la preposizione semplice e l'articolo (es.: dét an da la ca [dentro] nella casa) (4) vuole da se è seguito da un pronome personale (es.: sö da mé su [di/da] me)
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Numeri
1 [v]ü ([v]öna al femminile), 2 du (dó al femminile), 3 tri (trè al femminile), 4 quàter, 5 cinch, 6 sés, 7 sèt, 8 [v]òt, 9 nöf
10 dés, 11 [v]öndes, 12 dùdes, 13 trédes, 14 quatórdes, 15 quìndes, 16 sédes, 17 dersèt, 18 dezdòt, 19 deznöf 20 [v]int, 21 [v]intü, 22 [v]intidù, 23 [v]intitrì .... 29 [v]intinöf, 30 trènta, 31 trentü ... 40 quarànta, 50 cinquànta, 60 sesànta, 70 setànta, 80 [v]utànta, 90 nuànta 100 cènt, 101 centvü, 102 centdù ... 200 düzènt, 300 trezènt, 400 quatercènt, 500 cincènt, 600 sés'cènt, 700 setcènt, 800 [v]otcènt, 900 nöfcènt 1000 méla, 2000 duméla, 3000 triméla ... 10.000 désméla, 100.000 cenméla, 1.000.000 'n miliù, 1.000.000.000 'n miliàrt 1° pröm, 2° segónt, 3° tèrs, 4° quart, Nell'uso moderno anche altri ordinali sono stati dialettizzati prendendoli dall'italiano, per cui oggi si sentono anche sèst, per sesto, utàf per ottavo e così via
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la pronuncia... Nel nostro dialetto, come in molti altri dialetti dell'Italia settentrionale, non esistono le doppie; questa è una delle difficoltà che trovavano i maestri ad insegnare l'italiano a bimbi che parlano di solito il dialetto, perciò durante i dettati le doppie erano pronunciate con particolare enfasi dall'insegnante. Ricordate come pronunciava "Dett…t…tato" ? Spariscono le vocali finali non accentate diverse da "A", nei pochi casi in cui rimangono di solito la parola non è tipicamente dialettale, ma quasi sempre è presa dall'italiano (es.: fréno freno). In alcune parole la lettera "L" diventa "R", fenomeno tecnicamente noto come rotacismo (curtèl coltello Carvensà Calvenzano) Le parole che finiscono con mènt esistono quasi sempre anche con finale mét (es.: mancamènt e mancamét il venir meno). In un bel libro edito dalla regione Lombardia su Cigole, un paese della provincia di Brescia, abbiamo letto che le due forme sono una tipica del centro abitato e l'altra della campagna; noi registriamo la notizia appresa, ma non scartiamo la possibilità che delle due forme una sia tipica del dialetto Casiratese e l'altra sia "importata" dai paesi vicini, pur non avendo elementi per suffragare l'una o l'altra ipotesi. Quando in una frase una parola finisce con consonante e la successiva comincia a sua volta con consonante, spesso si inserisce una "A", pronunciata molto velocemente e quasi impercettibile, per facilitare la pronuncia (es.: tròp a strach troppo stanco). Nel dialetto spesso le parole aggiungono o perdono una lettera per evitare dissonanze o difficoltà nella pronuncia della frase; per questo motivo, se non trovate una parola nel vocabolario o non la conoscevamo, e vi saremmo grati se ce la segnalaste, oppure la trovate scritta in modo lievemente diverso, magari senza l'iniziale. In molte parole si registra la perdita della "V" se iniziale o messa tra due vocali (es. éstìt e vestìt vestito, giuedé o giuadé giovedì), della vocale iniziale se seguita da "N" e consonante (es. inteligènt - 'nteligènt intelligente) o da "MB" o "MP" (es. ambientàs - 'mbientàs ambientarsi) . Sempre per aiutare la pronuncia, altre parole aggiungono una lettera (normalmente una "S" o una "N") all'inizio (es.: 'na sfubalàda una pallonata da fùbel pallone da calcio, a 'l s'à 'nfruznàt 'nduè ? dove si è cacciato ? da fròzna fiocina) altre sono presenti nelle due forme (es.: curnàda e scurnàda cornata, cunfundìt e scunfundìt confuso, guaì e zguaì guaire, baösa e zbaösa saliva che cade dalla bocca etc.). A complicare ulteriormente il tutto aggiungiamo che, nel caso ad esempio di scioglilingua, filastrocche e proverbi, la volontà di mettere in rima la frase ha portato spesso a modificare le parole utilizzate o a prendere un proverbio non casiratese e ad adattarlo al nostro dialetto. La trascrizione fonetica delle parole è probabilmente il problema più grosso di chi vuol scrivere in dialetto, soprattutto con un computer che permette un numero limitato di segni a disposizione. Noi ci siamo limitati ad utilizzare le lettere dell'alfabeto italiano, ma in effetti nel nostro dialetto molte lettere hanno diversi suoni che non siamo riusciti a riprodurre con i caratteri che avevamo a nostra disposizione. Ad esempio, nella parola laàa (lavava) le tre "A" hanno pronunce differenti e diversi modi di aprire la bocca per pronunciarle, la "I" può essere appena avvertibile (es.: püiznà piovigginare) oppure pronunciata in maniera molto marcata (es.: bagàia ragazza) e così via. Abbiamo deciso di semplificare il tutto, anche per non annoiare il lettore con caratteri strani e di difficile interpretazione, e di utilizzare le vocali senza cercare di trascrivere tutti i vari suoni con cui si possono presentare. Abbiamo lasciato solo gli accenti per indicare se la vocale va pronunciata aperta o chiusa e per far capire qual è la sillaba su cui cade l'accento. Facciamo alcuni esempi su come pronunciare le parole scritte nel vocabolario. La "C" finale di parola si legge dolce (come in cena e cinema), se è dura (come in cane e cono) è scritta "CH" (es.: lac latte e lach lago). Il gruppo "GN" si legge come in italiano (es.: zbergnòt cappello non bello, senza forma), anche se probabilmente in tempi meno recenti e meno italianizzati il suono "GN" era spesso sostituito da una "NI" (zberniòt). La lettera S l'abbiamo scritta in due modi, scritta "S" è dolce (come in sette e socio) mentre quando è aspra (come in rosa e casa) l'abbiamo scritta "Z", sfruttando il fatto che la Z non esiste nel nostro dialetto e forti del precedente di S. Zappettini nel suo vocabolario più volte citato (es.: sèt sette e zét gente). In effetti esiste un altro suono "S" in dialetto, più sibilante (es.: siémo scemo) che sostituiva in passato il suono "SC" italiano, abbiamo ritenuto più opportuno lasciare la "S" per non confondere ulteriormente il lettore. "S'C" scritto con l'apostrofo tra le due lettere non si legge come in italiano "SCI", ma con le due lettere separate (es.: s'ciòp fucile s'cèp rotto). Probabilmente nel dialetto casiratese non esisteva il fonema italiano "SC", ma c'è entrato a forza di sentire parole con tale suono (sia in italiano che nelle precedenti dominazioni francese ed austriaca) e oggi si trova comunemente usato. Il segno "-" fra due vocali indica che le due vocali vanno pronunciate staccate tra di loro (es.: la pronuncia di pi-às mordersi è differente da quella di piàs piace). Sulle vocali non facciamo esempi di pronuncia in italiano in quanto noi lombardi abbiamo una pronuncia differente dagli abitanti di altre regioni, differenti anche da provincia a provincia e addirittura da paese a paese, e l'esempio in italiano potrebbe non risultare chiaro. Se volete scatenare una rissa, provate a chiedere ad un gruppo di persone di varie provenienze come si pronunciano ad esempio femmina o compito, se con la "E" o la "O" chiusa od aperta e vi accorgerete di come sia inutile fare esempi di questo tipo. Esempi di pronuncia delle vocali accentate : é ("E" chiusa es.: pél pelo, zét gente) è ("E" aperta es.: pèl pelle, sèt sette) ö ("EU" francese es.: ös uscio, gnöch ostinato) ò ("O" aperta es.: òs osso, gnòch gnocco) ó ("O" chiusa es.: nigót niente, póch poco) ü ("U" francese es.: ergü qualcuno, vü uno)
il dialetto non ha troppi vocaboli e perciò si utilizzano perifrasi, unendo per esempio un avverbio ad un verbo. In questo caso molti verbi cambiano completamente il loro significato: ad esempio baià significa abbaiare mentre baià adré significa sgridare e non abbaiare dietro. Questo è un esempio di industriosità, come usare i pochi vocaboli conosciuti per creare una lingua viva di mille espressioni. Oggi purtroppo la traduzione ad orecchio di vocaboli italiani ha fatto sparire molte di queste perifrasi; si sente per esempio vendemià invece di schisà l'öa. |
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