Giro D'Italia a s-passo DUomo

 

 introduzione...
Preso in giro
 
Piccino a fatica arrivavo al suo mento, inoltre ero a disagio perché l’alito gli puzzava di salame rancido ed alcool di-vino, ma non ricordo bene se fosse stato un suo brusco movimento o il suo pesante commento su Gimondi che il pennello con tanto di schiuma da barba, gli finì in bocca . Nemmeno il tempo di formulare una scusa, che ricevetti uno sonoro schiaffo che mi fece rotolare per terra . Subito scappai a richiudermi nel bagno .Gioan, e Bala come soprannome, si chiamava il cliente.
Durante le elementari invece di studiare facevo diversi lavori, tra questi il barbiere nel fine settimana o nei giorni festivi. Guadagnavo più in mance che con lo stipendio pattuito, specie dai clienti come il violento Gioan impresario edile, che veniva dal barbiere (con le braghe e gli zoccoli rotti), solo come segno di ostentazione, e di tendenza del momento, più che di igiene o cura di sé.
Salii e mi rannicchiai a piangere nel vano finestra. Solo alla sera nonostante i diversi inviti del barbiere uscii dal bagno e di corsa scappai fuori dalla porta, evitando per un pelo il calcione che tentò di tirarmi il titolare, che comunque preciso tolto in quella occasione, quasi sempre è stato molto buono e comprensivo nei miei riguardi. Il lavoro di barbiere non mi dispiaceva, anzi addirittura per cercare di impratichirmi un poco, un volta ricordo che tagliai i capelli delle bambole sia di mia sorella che quelle da collezione di mia madre che teneva in bella vista in soggiorno , ma invece dei presunti complimenti non vi dico quante botte ho ricevuto, specie da mio padre, che stranamente rimaneva comunque sempre l’unico mio barbiere.
Mi tagliava o meglio dire mi strappava, i capelli con il rasoio a mano sempre poco ( o forse mai) affilato. Mettendomi la classica scodella sulla testa per fare la sfumatura ( presumo) bassa e questo nonostante lavorassi da un barbiere e fossi in qualche modo un predestinato dato che qualche anno prima, piccinino già “lavoravo” nell’altro barbiere (e sarto) del paese[1] .. 
Il taglio avveniva quasi sempre di sabato , mio Padre chissà perché, spesso veniva chiamato per un urgenza e mi piantava con il cranio pelato a metà, in senso verticale. La domenica andavo a Messa con il capello per nascondere il misfatto. I fratelli mi facevano sedere ai primi banchi e poi loro indietreggiavano. Fatta correre la voce, facevano in modo che mi togliessero il capello durante la predica, ed era una risata unica.. con il vecchio Parroco che non sapeva se si rideva per la usa omelia o altro …ridicolo? …no disumano. Il dubbio che sorge ora, è quello che le urgenze di mio Padre fossero tutte bugie, in verità pure lui che stava al gioco?
 
Il barbiere rivendeva scontato il giornale “usato”, il giorno seguente ad un cliente, mentre a me in compenso regalava le lozioni per capelli, dono a sua volta dei rappresentanti, che io barattavo con il Piero titolare della vicina Trattoria del Picinì, in cambio di altri giornali, con le foto dei ciclisti o dei calciatori che ritagliavo ed incollavo su di un apposito quaderno che custodivo come una reliquia.
 
Dunque più che studiare lavoravo e …sognavo di poter comprare chissà magari un giorno una bici, o nel frattempo almeno un pallone. L’unico mio giocattolo era l’ercolino vinto con i punti star
 
Capitava a volte che  mio padre mi portava con la sua Alpino ad aggiustare le tapparelle dallo zio di Bergamo Bonfanti cicli in via Moroni, terminato il lavoro mentre parlava con i parenti io rimanevo letteralmente con il naso incollato alla vetrina nell’ammirare la bici da corsa Bianchi e sognare oltre che emulare i grandi campioni ma soprattutto il poter viaggiare 
Ricordo che a quei tempi scrissi una lettera direttamente a Gimondi per vedere se potevo avere in regalo tale prezioso dono. Mi recai al suo ristorante nel paese vicino di Almè e la consegnai direttamente a suo fratello titolare di un ma dubito fortemente che gliela abbia mai consegnata 
 
Ho trascorso un infanzia difficile, ma nel contempo geniale e bucolica. Cresciuto nei boschi che mi hanno stagionato educato e per fortuna vaccinato all’impervio della vita
Imparavo da solo l’arte d’arrangiarmi. X esempio, nelle elementari avevo notato che mi madre semianalfabeta, mi picchiava in modo diversamente proporzionale a seconda del color rosso degli errori corretti. Dimenticando che potevo essere anche un naturale somaro per il troppo lavoro che svolgevo Io che x principio non ho mai voluto falsificare una firma, mi adeguavo….colorando le righe rosse in blu, dicendo poi alla maestra che le ricalcavo per memorizzare meglio lo sbaglio da non ripetere
Della scuola ricordo il calamaio e la fobia di macchiare qualche pagina, l’ora del silenzio e la visione dalla finestra della campagna con i suoi colori, odori e profumi i violenti temporali e il contadino che illuso protagonista cercava di modificare gli eventi sparando alla grandine
 
Nel doposcuola il poco tempo libero lo trascorrevo guardando con meraviglia l’incensante lavorio delle formiche[2] che a volte aiutavo. Giocavo a soldatini (tutti disabili) e costruivo capanne sugli alberi per rifugiarmi dalle grevi offese, e appena riuscivo andavo nell’officina di mio zio Silvio fabbro. A fatica salivo su di una vecchia fucina che funzionava a pedali e… pedalavo pedalavo…sognando di vivere o in alternativa almeno, visitare con la fantasia paesi lontani….
 



[1] essendo troppo piccino per aiutare nei lavori, avevo escogitato un originale espediente, tanto da fare la barba all’ingegno napoletano. Infatti mi recavo di sabato e quando toccava il mio turno lasciavo passare altri clienti che mi manciavano il servizio. 
 
[2] Come una formichina mite e laboriosa cerco di mettere fieno in cascina o meglio miglio e semi nel mio granaio …ma le arbitrarie ed illegittime richieste avanzate nell’istanza di divorzio della mia ex coniuge pag 14 mi hanno scombussolato l’anima.Un lampo a ciel sereno o peggio un calcio al formicaio...chi tace acconsente o è complice.. dunque..riscrivo o meglio ricucio come una Parca paziente la mia tela